A giugno 2026 la COVIP (Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione) ha presentato la Relazione per l’anno 2025. Questo articolo fa un passo diverso: prende tre numeri della Relazione e li legge dal punto di vista di chi lavora. La domanda non è come sta il sistema, ma come stai tu.
La tesi è semplice. Il sistema della previdenza complementare cresce, ma la copertura resta una scelta individuale. Chi non sceglie resta fuori, anche se il sistema intorno si rafforza.
Prima, una riga di contesto. Il primo pilastro è la pensione pubblica obbligatoria. Il secondo pilastro è la previdenza complementare collettiva, cioè i fondi pensione a cui si aderisce tramite il contratto di lavoro o la categoria. Le forme individuali, come i PIP (Piani Individuali Pensionistici), vengono spesso indicate come terzo pilastro. Questo articolo riguarda la previdenza complementare nel suo insieme.
I numeri del sistema sono solidi. Gli iscritti sono quasi 10,5 milioni, il 4,8% in più rispetto al 2024 [COVIP, Relazione 2025]. Le risorse accumulate arrivano a 262 miliardi di euro (+7,7%), pari all’11,6% del PIL [COVIP, Relazione 2025]. Nel 2025 i contributi incassati sono stati 22,4 miliardi, con un aumento dell’8,7% [COVIP, Relazione 2025].
Il sistema, quindi, funziona e cresce. I tre numeri che seguono dicono però dove si ferma.
Gli iscritti alla previdenza complementare sono il 39,9% della forza lavoro. Cinque anni prima erano il 33,8% [COVIP, Relazione 2025]. È un progresso reale, ma visto dall’altro lato significa che circa sei lavoratori su dieci non sono iscritti a nessuna forma di previdenza complementare.
Cosa significa per te. Non aderire è una scelta anche quando non la si fa consapevolmente. Molti restano fuori per rinvio, non per decisione. Per un lavoratore dipendente il punto da verificare è duplice. Il primo è la destinazione del TFR (Trattamento di Fine Rapporto). Il secondo è l’eventuale contributo del datore di lavoro, previsto da molti contratti collettivi per chi aderisce al fondo di categoria. Fondi negoziali, fondi aperti e PIP hanno caratteristiche diverse, e nessuna forma è migliore in assoluto: conta la coerenza con la tua situazione. Prima di scegliere la forma, però, va presa la decisione di base: entrare o restare fuori.
Le donne sono il 38,8% degli iscritti e versano in media il 16% in meno degli uomini [COVIP, Relazione 2025]. Una precisazione importante: il 38,8% descrive la composizione degli iscritti. Non è la percentuale di donne che aderiscono.
Il dato più rilevante per la singola persona è il secondo. A parità di adesione, il contributo medio è più basso. Le ragioni possono essere diverse: interruzioni di carriera, periodi a orario ridotto, redditi più bassi. La media non racconta la storia di nessuno in particolare, ma indica una direzione.
Cosa significa per te. Nella previdenza complementare il risultato finale dipende da quanto si versa e da quanto a lungo. Un contributo più basso, mantenuto per molti anni, produce un divario che si somma nel tempo. Non serve una simulazione per capirlo: basta sapere che ogni anno di versamenti ridotti pesa anche su tutti quelli successivi. Per chi ha attraversato o prevede periodi di lavoro discontinuo, la domanda utile riguarda la continuità dei versamenti, prima ancora dell’importo.
I lavoratori autonomi coperti dalla previdenza complementare sono il 23,4%, circa la metà dei dipendenti [COVIP, Relazione 2025].
Qui c’è il paradosso più netto: chi ne avrebbe più bisogno è chi è meno coperto. Un professionista o un artigiano non ha un TFR da conferire. Non ha un datore di lavoro che aggiunga un contributo. Tutto dipende dalla sua scelta e dalla sua disciplina. In più, con redditi che variano da un anno all’altro, la tentazione è rimandare all’anno buono, che però non arriva mai al momento giusto.
Cosa significa per te. Se lavori in proprio, la previdenza complementare non parte da sola. Va impostata e poi mantenuta, magari con versamenti adattati all’andamento dell’attività. Per un autonomo la regolarità conta più del singolo versamento importante.
Gli under 35 rappresentano il 20,8% degli iscritti, e il 57,3% degli iscritti si trova al Nord, con il Sud nettamente sotto la media [COVIP, Relazione 2025]. Anche qui si tratta di composizione degli iscritti, non di tassi di adesione. Il messaggio però è coerente con i tre numeri principali: la copertura non è distribuita in modo uniforme.
La Relazione riporta anche i risultati di gestione. Nel 2025 i comparti azionari hanno reso tra il 7,5% e il 10%, quelli bilanciati tra il 3,5% e il 5,5% [COVIP, Relazione 2025]. Su dieci anni le linee azionarie hanno reso circa il 5% medio annuo, contro il 2,5% del TFR [COVIP, Relazione 2025]. Il comparto è la linea di investimento scelta all’interno del fondo, ciascuna con un proprio profilo di rischio. Si tratta di rendimenti passati, non indicativi né garantiti per il futuro; i comparti azionari comportano oscillazioni di valore. Il dato serve a capire una cosa: la scelta del comparto va fatta in base agli anni che mancano alla pensione e alla propria tolleranza alle oscillazioni, non in base al risultato dell’ultimo anno.
Ottobre è un buon momento per guardare la propria posizione previdenziale. A fine anno si fanno i conti, e la revisione dei versamenti rientra in modo naturale in questo bilancio. Non serve stravolgere nulla. Basta rispondere a tre domande.
Se anche una sola risposta è “non lo so”, vale la pena fermarsi un’ora a guardarla con calma.
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Fonte dei dati: COVIP, Relazione per l’anno 2025, presentata il 10 giugno 2026.
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